Ercolano era una piccola città costiera romana, abitata soprattutto da famiglie benestanti attratte dalla vista sul golfo. Il 24 agosto del 79 d.C. (data tradizionale, oggi discussa dagli studiosi in favore di un’eruzione autunnale) il Vesuvio cambiò per sempre il suo destino, sigillandola, più che distruggerla.

Prima dell’eruzione, Ercolano ospitava eleganti case affacciate sul mare, con giardini a portico e decorazioni raffinate come i mosaici della Casa di Nettuno e Anfitrite. Non era un grande centro commerciale, ma un luogo di residenza per famiglie di rango elevato.
Ercolano fu investita da una serie di colate piroclastiche: nubi di gas e materiale vulcanico ad altissima temperatura (anche oltre 400°C) che scesero lungo il versante del vulcano in pochi minuti. Il calore uccise istantaneamente chi si trovava sul posto, mentre il materiale, solidificandosi, seppellì la città sotto uno strato di circa 20 metri.
Il calore estremo e la rapidità di solidificazione hanno paradossalmente protetto legni, porte, mobili, persino cibo carbonizzato sono arrivati fino a noi quasi intatti. È uno dei paradossi più citati della vulcanologia storica: la stessa furia che ha ucciso ha anche conservato.
Ercolano fu riscoperta per caso nel 1709 durante lo scavo di un pozzo, e gli scavi sistematici cominciarono nel 1738 per volere dei Borbone, un decennio prima dell’avvio degli scavi sistematici del sito vicino. Lo spessore del deposito vulcanico, però, ha reso gli scavi più lenti e complessi: la città antica si estende in gran parte sotto l’abitato moderno, non ancora esplorata.

La città che il Vesuvio ha conservato